Siamo stati a vedere la mostra che si terrà a Bologna fino al 22 settembre, durante una visita speciale organizzata da BASF Italia, tra i sostenitori dell’esposizione. Ecco perché le 40 foto e le installazioni fanno riflettere a fondo su cosa sia la plastica oggi e su cosa le aziende, gli Stati, i cittadini possono fare per gestirla con consapevolezza e assunzione di responsabilità.
Ci sono mostre che ti cambiano un po’ la vita, non tanto nell’accezione più alta del termine, ma che te la modificano proprio a livello pratico, nelle percezioni che hai ogni giorno e in quelle azioni che porti avanti quotidianamente.
Una mostra di questo tipo è Planet or Plastic il cui titolo, con quell’or, “oppure”, sembra quasi un imperativo a scegliere, ma in realtà è un invito ad affrontare la plastica e il suo utilizzo con una maggiore consapevolezza per rispettare quello spazio in cui lavoriamo, amiamo, in una parola: viviamo.
Abbiamo avuto modo di vedere questa bella esposizione fotografica organizzata da National Geographic a Bologna nel complesso Santa Maria della Vita – dove sarà possibile visitarla fino al 22 settembre – mercoledì 10 luglio, durante una visita guidata molto speciale. Insieme a noi, infatti, diversi blogger e giornalisti per un evento organizzato da BASF, che è tra i sostenitori della mostra.

40 foto shock per una mostra che colpisce fin da subito
Avevamo detto che è un’esposizione che “colpisce” e questo fin dall’inizio. Si apre infatti con Soup 500+, un’opera di Mandy Barker che da lontano affascina ed esalta i nostri sensi: una girandola dai colori più svariati che indubbiamente cattura lo sguardo.
E invece basta avvicinarsi pian piano per scoprire che questa foto è il risultato di una soup, “zuppa” appunto, di detriti di plastica trovata all’interno del tratto digestivo di un giovane albatros che volava sul Pacifico del Nord.
Quasi un pugno allo stomaco, ma d’altra parte tutto il lavoro di Mandy Barker che, in questa mostra, si alterna alle immagini scattate dai fotoreporter di National Geographic, crea questo effetto. La fotografa britannica ha infatti deciso di raccogliere rifiuti di plastica da ogni parte del pianeta per tramutarli in un progetto dal grande impatto emotivo. Questo continuo accarezzare i sensi e poi provocare un effetto straniante sulla ragione è infatti il leit motiv di tutta l’esposizione.
Complice anche la location – sicuramente uno dei posti più belli di Bologna – si resta sconvolti di fronte a tante immagini (per un totale di 40) che fanno pensare a quanto quello che succede nel mondo potrebbe cambiare anche solo con una piccola azione.
Ancora la Barker stupisce con una foto sempre su sfondo nero in cui ci sono 769 palloni raccolti in 41 Paesi e isole da tutto il mondo, da 144 spiagge diverse e da 89 persone, in soli 4 mesi. Palloni con cui tutti abbiamo giocato da bambini e per i quali poco importava se l’avessimo perso o lasciato al mare: ne avremmo comprato subito un altro.
Eppure quell’usa e getta crea situazioni simili e fa sì che ci sia un mondo con sempre più plastica.
E poi oggetti apparentemente insignificanti come le cannucce che diventano protagoniste di un’installazione. Siamo nell’Oratorio dei Battuti e al centro c’è Iceberg di Francesca Pasquali, artista nota per rivalutare oggetti d’uso comune, che ci porta a un livello ulteriore di riflessione sulle cannucce che tutti usiamo a dismisura.
Come ci ha ricordato Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Itaia: “Negli Stati Uniti siamo a 500 milioni ogni giorno, pari a 2 volte e mezzo il giro della terra”. Per non parlare dell’Italia: sono presenti nel 90% delle spiagge. La prossima volta che ordiniamo uno Spritz e vogliamo la cannuccia forse dovremmo pensarci 2 volte…
Ci sono bar che usano gli ziti al posto delle cannucce.
Quella che vedete sotto è un'opera fatta con cannucce che ci ricorda che ce sono davvero troppe. Giuro che da oggi non lo chiederò più per lo Spritz! Riflessioni grazie a #PlanetOrPlastic sostenuta da @BASF_IT #BASFItalia pic.twitter.com/h7HUlvtQM1— Cristina Maccarrone (@cristinamacca) July 10, 2019
Anche se come ci dicono le guide, “si può ovviare usando per esempio gli ziti (un tipo di pasta, ndr)”. Restiamo ancora colpiti di fronte a tantissime altre immagini come quella che forse avrete visto altre volte: una tartaruga marina impigliata nelle reti di pescatori e fotografata da Jordi Chias al largo della Spagna. Reti che non lasciano scampo agli animali del mare e che ne possono decretarne la morte.
Dare una seconda vita alla plastica: la scommessa
D’altra parte, come viene fuori dalla mostra, i numeri non mentono: si stima che sulla Terra siano presenti circa 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e sì, se siete bravi in matematica il conto è presto fatto. Si tratta di poco più di una tonnellata per ogni abitante.
Ma se 2 miliardi di questa plastica sono ancora in uso, c’è da dire dei 6,3 miliardi restanti ben 5,7 non viene riciclato. Le percentuali forse rendono ancora di più l’idea se si pensa che la Cina ricicla solo il 20% e gli States il 30%.

Dare una seconda vita alla plastica è per altro la scommessa di questa mostra a partire dall’invito all’azione che viene fatto ai visitatori una volta che hanno varcato la soglia: possono lasciare la propria bottiglietta di plastica all’ingresso e contribuire così alla creazione una grande installazione, a dimostrazione che la plastica riciclata può avere tantissimi usi e una “second life”.
Sostenibilità e assunzione di responsabilità: l’impegno di BASF
Seconda vita, sostenibilità, assunzione di responsabilità: sono alcuni dei motivi per cui un’azienda come BASF ha deciso di sponsorizzare questa mostra. Come ha detto Filippo Bertacchini, communication manager di BASF Italia, durante l’incontro: “La sostenibilità è nel nostro DNA e la nostra azienda da sempre utilizza materiali di riciclo”.
La riflessione però deve essere ad ampio raggio:
“Il problema va affrontato da più punti di vista: legislativo, organizzativo, tecnologico, comunicativo. Un solo approccio non ci porta da nessuna parte, si tratta di un tema complesso in cui ognuno ci deve mettere del suo”.
Un mondo #plasticfree resta ancora un'utopia che non porta benefici nel futuro. Perciò la gestione della plastica è una delle più grandi sfide di oggi, che non si può risolvere con un approccio assoluto. Occorre una strategia integrata. #BASFItalia #PlanetorPlastic pic.twitter.com/LVqK50fk7C
— BASF Italia (@BASF_IT) July 10, 2019
Sapevate per esempio che in Italia si possono riciclare solo gli imballaggi? O che i rifiuti in plastica possono essere trattati solo dalle aziende che trattano rifiuti?
Dal canto suo, BASF sta agendo in diversi modi:
“Vogliamo creare cultura e dare la possibilità a paesi che non hanno modo, di mettere in campo la sostenibilità e di poterlo fare. Questo è uno dei nostri obiettivi. Ecco perché siamo entrati a far parte dell’Alliance End to Plastic Waste”.
Si tratta di un’alleanza internazionale, senza scopo di lucro, per promuovere soluzioni che riducano ed eliminino i rifiuti plastici nell’ambiente, in particolar modo quelli presenti negli oceani.
Obiettivo è quello di sviluppare e portare su larga scala nuove soluzioni che riducano al minimo e gestiscano al meglio i rifiuti in plastica, promuovendo anche soluzioni di riutilizzo della plastica che favoriscono un’economia circolare.
Chemcycling: il riciclo chimico di plastiche normalmente non riciclabili
Ma non solo: BASF, come ci è stato spiegato sia da Bertacchini che da Astrid Palmieri, Sustanibility Manager, “sta portando avanti anche un progetto pilota volto al riciclo chimico della plastiche, Chemcycling, presso il sito principale di BASF a Ludwigshafen in Germania”.
In cosa consiste? Insieme ai clienti e partner, sono stati sviluppati dei progetti pilota basati su rifiuti in plastica riciclati chimicamente.
Il riciclo chimico consente di riutilizzare in modo innovativo i rifiuti in plastica che attualmente non sono riciclabili, come la plastica mista o sporca. Plastiche che, a seconda dei paesi, vengono inviate alle discariche o bruciate con recupero di energia. Il riciclo chimico va oltre: tramite i processi termochimici, queste plastiche possono essere utilizzate per produrre gas di sintesi o olii. A loro volta, poi, possono essere utilizzati come base nella produzione di BASF.
“Se riusciamo a sviluppare il progetto e a renderlo disponibile per il mercato, allora il ChemCycling diventerà un’innovazione di riciclo e recupero complementare ad altri processi già esistenti per affrontare il problema dei rifiuti in plastica” ha detto Bertacchini, ricordando che però sono ancora diversi i problemi da risolvere.
Ovvio che quello della riduzione della plastica e del riciclo sono solo parte del problema, ma l’azienda sta lavorando anche sulla sostenibilità da più fronti, migliorando la qualità di vita dei loro dipendenti.
Come ci ha raccontato Manuel Pianazzi, responsabile dello stabilimento di Pontecchio: “Stiamo sviluppando il carpooling in modo da limitare lo spostamento dei dipendenti così come favoriamo la sostenibilità sostituendo tutte le bottigliette di plastica con dei thermos. E ancora: abbiamo pensato di creare un centro medico all’interno dell’azienda per evitare al lavoratore quelle corse che deve fare ogni volta che ha una visita o un esame medico”. E poi macchine ibride e tanto altro ancora per una sostenibilità a 360 gradi.
Non demonizzare la plastica, ma farne un uso più consapevole
Quello che però ci è rimasto particolarmente impresso da questo incontro è che la plastica non va demonizzata a prescindere – ha migliorato la vita di tutti noi, a partire dal settore medico e non solo – e che allo stesso tempo il vero problema non è la plastica tout court, ma la monouso. Quella, per intenderci, che a volte ci serve giusto il tempo di mangiare un gelato o bere un succo di frutta e che inquina notevolmente.
La strategia integrata per la gestione della plastica richiede consumo consapevole, attenzione nel fine vita dei prodotti e ai cicli di produzione, nuove tecnologie e impegno di singoli e istituzioni.#BASFItalia #PlanetorPlastic pic.twitter.com/KXnCeLgO48
— BASF Italia (@BASF_IT) July 10, 2019
Una plastica, invece, destinata a durare nel tempo può essere di notevole apporto nella nostra vita e ha il “suo ruolo. Basti pensare”, ha spiegato Bertacchini “che per le auto elettriche, che hanno la necessità di essere leggere, l’impiego di polimeri sarà fondamentale“.
Quindi più che dire no in toto alla plastica dovremmo dire sì a un uso consapevole della plastica, in particolare di quella già esistente. Le foto di Planet or Plastic sono lì a ricordarcelo.
[In collaborazione con BASF Italia]
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